Oggi 70 militari facenti parte della Brigata Sassari partono per Herat in Afghanistan, in una missione che sicuramente si presentera', come gia' dimostrato precedentemante dalle vittime riportate, una difficile "missione di pace".
«Una volta a Herat - ha detto il colonello Scalas, che diventerà capo del distaccamento alla base sarda - i sassarini affiancheranno inizialmente i commilitoni della Folgore. A fine ottobre avverrà il passaggio del comando. La Brigata Sassari assumerà la guida delle operazioni militari e il generale Alessandro Veltri sarà nominato comandante delle forze italiane in Afghanistan».
I costi umani ed economici di questa guerra, la ricostruzione che non c'è, il crescente coinvolgimento delle truppe italiane
La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All'inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi - con il progressivo invio di più uomini e mezzi - supera ampiamente il mezzo miliardo (il che significa quasi un milione e mezzo di euro al giorno).
Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.
Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.
I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento - se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell'operazione segreta ‘Sarissa'.
Dall'estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde' dell'ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi'. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive' penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.
Enrico Piovesana per PEACEREPORTER
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domenica 4 ottobre 2009
La Brigata Sassari a Herat
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mercoledì 23 settembre 2009
5 REGIONI CONTRO IL NUCLEARE MA LA SARDEGNA NON COMBATTE?
LA SARDEGNA E' UNA DELLE REGIONI PIU' A RISCHIO "NUCLEOMILITARIZZAZIONE" SECONDO I PIANI ENERGETICI DEL GOVERNO.
E ALLORA PROPRIO NOI NON SIAMO PRESENTI NELLA PRIMA FASE DELLO SCHIERAMENTO CONTRO IL NUCLEARE?
SIAMO SICURI CHE IL NOSTRO PRESIDENTE UGO CAPELLACCI VOGLIA ANDARE VERAMENTE CONTRO I PROGETTI DEI SUOI COMPAGNI DI PARTITO?
POTREBBERO ESSERE LE SUE DICHIARAZIONI ATTENDIBILI COME LO SONO QUELLE DEI SUOI COMPAGNI DI PARTITO?
INTANTO IN ALTRE REGIONI SI MUOVONO...
Toscana, Piemonte, Calabria, Emilia Romagna, Liguria e Lazio impugnano la Costituzione contro le centrali nucleari sul territorio
pubblicato: mercoledì 23 settembre 2009 da Marina in: Energia Italia Politica Nucleare
Le Regioni contro il nucleare Si potrebbe definire la rivolta delle Regioni, intese come enti amministrativi: Toscana, Piemonte, Calabria, Emilia Romagna e Liguria, a cui nelle ultime ore si è aggiunto anche il Lazio hanno impugnato la Costituzione e hanno deciso che nessuna centrale nucleare potrà essere costruita sul loro territorio senza il consenso dei cittadini. In discussione, ci sarebbe, il Titolo V che regolamenta l’autonomia degli enti locali che sarebbero scavalcati dall’ingerenza statale in materia nucleare.
Per Filiberto Zaratti Assessore all’Ambiente della Regione Lazio spiega:
Entrando più nello specifico, l’articolo 120 , individua in maniera tassativa i casi in cui il Governo può esercitare i suoi poteri sostitutivi nei confronti delle regioni e degli enti locali che sono: il mancato rispetto di norme e trattati internazionali, e della normativa comunitaria; il pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica; la tutela dell’unità giuridica, economica e dei livelli essenziali delle prestazioni relative a diritti civili e sociali essenziali, come quelli della sanità. Esclusi i primi due casi che nulla hanno a che fare con l’energia, mi sembra difficile che la localizzazione di una centrale nucleare, in quanto infrastruttura strategica nazionale, possa farsi rientrare così semplicemente nell’ambito della tutela dell’unità economica o dei livelli essenziali dei servizi, dimenticando che il governo del territorio è affidato alla Regione e che l’assenso regionale a qualsiasi localizzazione non è momento eludibile. Tra l’altro il potere sostitutivo si esercita in relazione a specifici atti amministrativi e qui proprio non si capisce come e in relazione a quali atti il Governo possa sostituire la Regione e gli enti locali. La forzatura fatta dal Governo in materia di nucleare con questa legge, solleva quindi forti dubbi circa la costituzionalità della norma.
Con l’attuale Legge 99/2009, è previsto, all’art.25 che per la costruzione di impianti nucleari e per la messa in sicurezza delle scorie radioattive sia necessaria una unica autorizzazione rilasciata dal Ministero per lo Sviluppo, in accordo con il Ministero dell’Ambiente, del Ministero per le infrastrutture e trasporti e della Consulta delle Regioni. Nel caso in cui una Regione non sia d’accordo con la decisione lo Stato, può decidere in autonomia e senza tener conto dei pareri dei cittadini, scavalcando perciò l’Ente. Ecco dunque, il ricorso alla Corte Costituzionale.
Ha detto Silvio Greco, assessore all’ambiente della Regione Calabria, la prima ad aver aperto questa vertenza:
La Regione impugnerà questa legge perché riteniamo di dovere fare una battaglia di civiltà. Non si puo’ pensare, alla luce di tutte le sentenze della Corte di Cassazione che individuano un rapporto paritario tra Stato e Regioni in tema di energia, che si venga in Calabria e si pensi di fare un deposito di scorie radioattive o una centrale nucleare senza neanche interpellare la Regione. A distanza di più di 20 anni dal referendum sul nucleare in Italia abbiamo ancora tutti i rifiuti da smaltire e la Calabria, è già particolarmente penalizzata dal ritrovamento del relitto al largo di Cetraro.
DA ECOBLOG
E ALLORA PROPRIO NOI NON SIAMO PRESENTI NELLA PRIMA FASE DELLO SCHIERAMENTO CONTRO IL NUCLEARE?
SIAMO SICURI CHE IL NOSTRO PRESIDENTE UGO CAPELLACCI VOGLIA ANDARE VERAMENTE CONTRO I PROGETTI DEI SUOI COMPAGNI DI PARTITO?
POTREBBERO ESSERE LE SUE DICHIARAZIONI ATTENDIBILI COME LO SONO QUELLE DEI SUOI COMPAGNI DI PARTITO?
INTANTO IN ALTRE REGIONI SI MUOVONO...
Toscana, Piemonte, Calabria, Emilia Romagna, Liguria e Lazio impugnano la Costituzione contro le centrali nucleari sul territorio
pubblicato: mercoledì 23 settembre 2009 da Marina in: Energia Italia Politica Nucleare
Le Regioni contro il nucleare Si potrebbe definire la rivolta delle Regioni, intese come enti amministrativi: Toscana, Piemonte, Calabria, Emilia Romagna e Liguria, a cui nelle ultime ore si è aggiunto anche il Lazio hanno impugnato la Costituzione e hanno deciso che nessuna centrale nucleare potrà essere costruita sul loro territorio senza il consenso dei cittadini. In discussione, ci sarebbe, il Titolo V che regolamenta l’autonomia degli enti locali che sarebbero scavalcati dall’ingerenza statale in materia nucleare.
Per Filiberto Zaratti Assessore all’Ambiente della Regione Lazio spiega:
Entrando più nello specifico, l’articolo 120 , individua in maniera tassativa i casi in cui il Governo può esercitare i suoi poteri sostitutivi nei confronti delle regioni e degli enti locali che sono: il mancato rispetto di norme e trattati internazionali, e della normativa comunitaria; il pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica; la tutela dell’unità giuridica, economica e dei livelli essenziali delle prestazioni relative a diritti civili e sociali essenziali, come quelli della sanità. Esclusi i primi due casi che nulla hanno a che fare con l’energia, mi sembra difficile che la localizzazione di una centrale nucleare, in quanto infrastruttura strategica nazionale, possa farsi rientrare così semplicemente nell’ambito della tutela dell’unità economica o dei livelli essenziali dei servizi, dimenticando che il governo del territorio è affidato alla Regione e che l’assenso regionale a qualsiasi localizzazione non è momento eludibile. Tra l’altro il potere sostitutivo si esercita in relazione a specifici atti amministrativi e qui proprio non si capisce come e in relazione a quali atti il Governo possa sostituire la Regione e gli enti locali. La forzatura fatta dal Governo in materia di nucleare con questa legge, solleva quindi forti dubbi circa la costituzionalità della norma.
Con l’attuale Legge 99/2009, è previsto, all’art.25 che per la costruzione di impianti nucleari e per la messa in sicurezza delle scorie radioattive sia necessaria una unica autorizzazione rilasciata dal Ministero per lo Sviluppo, in accordo con il Ministero dell’Ambiente, del Ministero per le infrastrutture e trasporti e della Consulta delle Regioni. Nel caso in cui una Regione non sia d’accordo con la decisione lo Stato, può decidere in autonomia e senza tener conto dei pareri dei cittadini, scavalcando perciò l’Ente. Ecco dunque, il ricorso alla Corte Costituzionale.
Ha detto Silvio Greco, assessore all’ambiente della Regione Calabria, la prima ad aver aperto questa vertenza:
La Regione impugnerà questa legge perché riteniamo di dovere fare una battaglia di civiltà. Non si puo’ pensare, alla luce di tutte le sentenze della Corte di Cassazione che individuano un rapporto paritario tra Stato e Regioni in tema di energia, che si venga in Calabria e si pensi di fare un deposito di scorie radioattive o una centrale nucleare senza neanche interpellare la Regione. A distanza di più di 20 anni dal referendum sul nucleare in Italia abbiamo ancora tutti i rifiuti da smaltire e la Calabria, è già particolarmente penalizzata dal ritrovamento del relitto al largo di Cetraro.
DA ECOBLOG
SARROCH - OIL - IL SEQUESTRO DEL VIDEO INCHIESTA SULLE RAFFINERIE DI MORATTI
OIL
Sardegna, gli avvocati di Moratti chiedono il sequestro del film sulla raffineria Saras
pubblicato: mercoledì 20 maggio 2009 da Orangeskies in: Inquinamento Italia Persone Carburanti Foto & video
Mentre il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, festeggiava lo scorso weekend il quarto scudetto consecutivo della sua squadra, i suoi legali chiedevano il sequestro del documentario “Oil”, dedicato allo stabilimento petrolchimico della Saras di Sarroch, in Sardegna.
Il film, infatti, mette sotto accusa il comportamento tenuto, negli ultimi decenni, da chi gestisce la raffineria di proprietà della famiglia Moratti, che secondo tutte le testimonianze ha inquinato pesantemente il territorio del cagliaritano.
Il “Dio petrolio” che viene da Milano, che doveva arricchire il sud della Sardegna, ne ha più che altro devastato l’ inimitabile territorio e il mare, mettendo a rischio la salute delle persone.
La tragedia della Saras, con tre operai morti in un incidente sul lavoro, insieme alla recente richiesta di sequestro del documentario “Oil”, che denuncia la pericolosità della raffineria della famiglia Moratti per le persone e l’ambiente, hanno riportato sotto i riflettori una realtà, quella di Sarroch e di tutto il cagliaritano, troppo spesso trascurata da media e politici nazionali e perfino locali.
Se, infatti, restano dubbi e interpretazioni diverse sulla tragica vicenda che ha portato alla morte di Daniele Melis di 26 anni, Bruno Muntoni di 51 anni e Luigi Solinas di 27 anni, ciò che è veramente grave è che nella zona esiste una quotidianità inquinata che non sembra eccessivo definire drammatica.
Una situazione di cui si parla troppo poco, anche perché chi ci prova viene censurato e ostacolato in tutti i modi, come successo al regista di “Oil”, Massimiliano Mazzotta. Ma c’è forse qualcuno, anche tra i più accesi sostenitori del “Dio Petrolio” e dell’industrializzazione ad ogni costo, che crede si possa vivere normalmente in un’area dove succede quello che mostra il video sopra?
Simili a questo, girato tra gennaio e febbraio di quest’anno, se ne trovano su Youtube diversi altri, che mostrano nubi grigie o nere, con vere e proprie colonne di fumo denso che invadono la zona circostante, e che secondo tutte le testimonianze non sembrano affatto essere una rarità, ma una presenza frequente su questo territorio.
ECOBLOG
Sardegna, gli avvocati di Moratti chiedono il sequestro del film sulla raffineria Saras
pubblicato: mercoledì 20 maggio 2009 da Orangeskies in: Inquinamento Italia Persone Carburanti Foto & video
Mentre il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, festeggiava lo scorso weekend il quarto scudetto consecutivo della sua squadra, i suoi legali chiedevano il sequestro del documentario “Oil”, dedicato allo stabilimento petrolchimico della Saras di Sarroch, in Sardegna.
Il film, infatti, mette sotto accusa il comportamento tenuto, negli ultimi decenni, da chi gestisce la raffineria di proprietà della famiglia Moratti, che secondo tutte le testimonianze ha inquinato pesantemente il territorio del cagliaritano.
Il “Dio petrolio” che viene da Milano, che doveva arricchire il sud della Sardegna, ne ha più che altro devastato l’ inimitabile territorio e il mare, mettendo a rischio la salute delle persone.
La tragedia della Saras, con tre operai morti in un incidente sul lavoro, insieme alla recente richiesta di sequestro del documentario “Oil”, che denuncia la pericolosità della raffineria della famiglia Moratti per le persone e l’ambiente, hanno riportato sotto i riflettori una realtà, quella di Sarroch e di tutto il cagliaritano, troppo spesso trascurata da media e politici nazionali e perfino locali.
Se, infatti, restano dubbi e interpretazioni diverse sulla tragica vicenda che ha portato alla morte di Daniele Melis di 26 anni, Bruno Muntoni di 51 anni e Luigi Solinas di 27 anni, ciò che è veramente grave è che nella zona esiste una quotidianità inquinata che non sembra eccessivo definire drammatica.
Una situazione di cui si parla troppo poco, anche perché chi ci prova viene censurato e ostacolato in tutti i modi, come successo al regista di “Oil”, Massimiliano Mazzotta. Ma c’è forse qualcuno, anche tra i più accesi sostenitori del “Dio Petrolio” e dell’industrializzazione ad ogni costo, che crede si possa vivere normalmente in un’area dove succede quello che mostra il video sopra?
Simili a questo, girato tra gennaio e febbraio di quest’anno, se ne trovano su Youtube diversi altri, che mostrano nubi grigie o nere, con vere e proprie colonne di fumo denso che invadono la zona circostante, e che secondo tutte le testimonianze non sembrano affatto essere una rarità, ma una presenza frequente su questo territorio.
ECOBLOG
lunedì 14 settembre 2009
ALGHERO:come al solito persi in un bicchier di....
13 settembre 2009
Lettera a Marco Tedde (e per conoscenza ai componenti della Giunta) di una turista americana. La sporcizia di Alghero inizia a fare il giro del mondo, proprio come le bellezze ambientali
Stamford: Egregio Sindaco le scrivo
Egregio Signor Sindaco,
sono una turista americana e Le scrivo dagli Stati Uniti, dove sono da poco tornata dopo un viaggio in Italia fatto insieme con mio marito. Ho passato dieci giorni nella Sua bella città, con i suoi magnifici bastioni, le sue bellissime spiagge, la sua deliziosa cucina e la straordinaria ospitalità della sua gente. Eppure, tutto quanto c'è di bello e buono ad Alghero, e ce ne in abbondanza, impallidisce (o meglio, arrossisce) di fronte ai rifiuti che invadono le sue strade e le sue spiagge, come puo` vedere dal piccolo esempio dei filmati che Le allego. Ognuna delle dieci mattine passate ad Alghero, nel corso della mia passeggiata quotidiana, continuavo a vedere per le strade esattamente gli stessi rifiuti, mai rimossi. Le stesse bottiglie vuote, le stesse cartacce, gli stessi sacchetti di plastica, le stesse lattine schiacciate. E sospetto che siano ancora là. Oh, ed un'altra cosa: le palme sui marciapiedi del lungomare verso Fertilia, anch'esse circondate di rifiuti, non sono state potate da lungo tempo ed impediscono, letteralmente, il passaggio. Mi rendo conto di come durante l'alta stagione, più cresce il numero dei visitatori e più difficile diventi mantenere pulita la città. Ma mi permetto di osservare che più sono i visitatori, più sono quanti osservano lo stato di sporcizia e piu` sono quelli che, una volta tornati a casa, ne possono fare pubblicita` negativa. D?altro canto, piu` sono i visitatori e più sono i soldi che portano e quindi maggiori dovrebbero essere le risorse per accudire alla città. Io non conosco affatto la situazione economico/finanziaria di Alghero, ma sospetto che il turismo ne sia una componente sostanziale. Strade sporche come quelle che ho visto ad Alghero non sono affatto attraenti e non fanno altro che favorire la “concorrenza”. Mi permetto di suggerirLe una visita a Rimini, se già non c'è stato. C'è chi dice che lo stato di pulizia di una città riflette lo stato di pulizia delle abitazioni dei suoi cittadini. Così certo non e` per Alghero, almeno per mia personale esperienza. Infatti, ho avuto modo di vedere dall'interno le abitazioni di alcuni dei Suoi concittadini, tenute in maniera immacolata. E allora, perchè Signor Sindaco, è con affetto per Alghero che Le scrivo, con la speranza che quella perla che è la Sua città possa davvero rilucere ed essere liberata di quella miriade di piccole macchie che la sporcano. Vorrei tanto tornare e vorrei tanto suggerire ai miei amici di venire, ma se le cose non cambiano, come posso? Con l'augurio che da questa mia traspaia uno spirito costruttivo e che Lei la voglia accogliere senza risentirsene Le invio i miei più cordiali saluti.
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venerdì 11 settembre 2009
Nessuno ha ascoltato e il lupo si e' mangiato le pecore
Mi chiedo come potremmo spingere la gente a informarsi maggiormente tramite internet gente se tutti usassero internet e i canali appropriati si cambierebbero davvero le cose...il futuro si costruisce guardando al passato:
Lettera aperta a Renato Soru 28 gennaio 2009 da WWW.BYOBLU.COM
Oggi 11 settembre e' evidente che il lupo ha mangiato le pecore...
seguite www.byoblu.com
Lettera aperta a Renato Soru 28 gennaio 2009 da WWW.BYOBLU.COM
Oggi 11 settembre e' evidente che il lupo ha mangiato le pecore...
seguite www.byoblu.com
Sardegna le centrali nucleari sempre piu' vicine e noi dove andiamo?
LA NUOVA SARDEGNA - Politica: Pronto il decreto sul nucleare
09.09.2009
Lista dei siti ancora top secret, ma la Sardegna rischia di avere una centrale in breve
di Piero Mannironi
ROMA. Il testo del decreto che cancellerà il referendum del 1987 contro il nucleare è quasi pronto. Secondo alcune indiscrezioni, la bozza riservata sarà licenziata entro il 15 dal comitato di esperti nominato dal governo e dalla burocrazia ministeriale. Nel testo è disegnata l’intera catena nucleare: l’identificazione delle aree e dei siti per le centrali, l’ubicazione dei depositi delle scorie e le procedure per lo smantellamento (affidato alla Sogin) delle strutture, quando i reattori andranno in esaurimento. Sono poi indicati i modi e i tempi di realizzazione. E quindi i processi pubblici per arrivare alla manifestazione di consenso delle popolazioni che dovranno ospitare le centrali. Ma il decreto prevede anche un percorso per superare eventuali dissensi od opposizioni. Sembra infatti che se alcune Regioni dovessero contestare la geografia nucleare approvata dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e la Conferenza unificata Stato-Regioni-Comuni, si tenterà una conciliazione con un Comitato interistituzionale. Nel caso il conflitto non dovesse essere risolto, il governo andrà avanti per decreto. Come dire: se c’è il consenso va bene, se non c’è si va avanti lo stesso. Le aree sulle quali dovranno sorgere le 8-10 centrali sono state già identificate, ma la mappa dell’atomo è per il momento ancora top-secret. Secondo la bozza del decreto, all’interno di queste aree, la scelta dei siti sarà poi affidata agli operatori (cioé le aziende o i consorzi di imprese), ai quali sarà affidata la costruzione e la gestione delle centrali. E qui cominciano i problemi. Perché il decreto indica i criteri generali in base ai quali sono state scelte le aree (scarsa sismicità, scarsa densità abitativa, vicinanza al mare o a grandi corsi d’acqua e zone appartenenti al demanio militare) e non è quindi difficile ipotizzare dove potranno sorgere le centrali. E la Sardegna è sicuramente una delle regioni che può vantare tutti questi requisiti. C’è stato recentemente anche chi, come il direttore dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, Enzo Boschi, ha sostenuto in Senato che «la Sardegna è l’area italiana migliore per la costruzione di centrali nucleari, perché è la più stabile dal punto di vista sismico». E ancora: «La Sardegna è una zona con una storia geologica diversa dal resto d’Italia. Si potrebbero fare tutte e quattro le centrali nucleari che il governo intende costruire, anche se poi bisognerebbe risolvere il problema del trasferimento dell’energia». Ma la Sardegna ricorre anche nella mappa dei possibili siti disegnata negli anni ’70 dal Cnen (poi diventato Enea) che il comitato di esperti nominato dal governo ha esaminato in questi mesi. E in quella mappa vengono indicati tre siti nell’isola: vicino a Santa Margherita di Pula, fra Santa Lucia e Capo Comino e alla foce del Rio Mannu, a Barisardo. Non basta, secondo alcune indiscrezioni, gli esperti avrebbero valutato anche la zona di Cirras, tra Arborea e Oristano. C’è infine uno dei criteri fissati nel decreto che molti stanno forse sottovalutando. E cioé la presenza di aree del demanio militare, per questioni ovviamente legate alla sicurezza. Per quanto riguarda questo criterio di valutazione, la Sardegna è sicuramente al primo posto in Italia. Il presidente della Regione Cappellacci ha ripetutamente ribadito la sua contrarietà al nucleare nell’isola. Ma ad essere sinceri, durante la campagna elettorale per le Regionali, il ministro Scajola su questa questione è stato un po’ sfuggente.
Dopo tutto che ci si poteva aspettare...abbiamo il dovere di non permettere questo!
mercoledì 9 settembre 2009
La sindrome di Quirra
In Italia si muore, oltre che di smog, di incidente d'auto, di AIDS, di infarto, di cancro ed altre amenità, anche di un nuovo male. Si muore di Sindrome di Quirra.
Un male raro? Non sembra affatto: due decine di morti per leucemia o sindrome di Hodgkin in pochi anni, e per giunta distribuiti in un'area nella quale sono presenti cinquemila abitanti. Un tasso di incidenza superiore alla media nazionale degli infarti. Accade al centro del Mediterraneo, accade oggi.
Il teatro di morte è il Sarrabus, sulla costa sud-orientale della Sardegna, a circa 80 km da Cagliari, poco più di duecento km più a sud della Costa Smeralda e di Olbia.
Proprio sul mare, a Capo San Lorenzo, nella zona del Salto di Quirra, lungo la Statale 125 che da Cagliari porta i camper dei vacanzieri sino ad Olbia, in un angolo splendido, amato dal turismo poco costoso e molto ambientalista, dove se si fa attenzione si possono osservare i fenicotteri rosa al tramonto. Scogliere dolci e una lunghissima spiaggia bianca e per chilometri e chilometri niente cemento, su cui non è possibile costruire alcunché e non certo per vincoli ambientali/paesaggistici, ma perché zona militare.Sorge qui infatti la più grande base NATO del Mediterraneo, il più vasto poligono sperimentale interforze d'Europa. Una presenza oscura che è lì da più di trent'anni, chiusa e inquietante con i suoi strani bersagli per le esercitazioni sparsi sul litorale o negli altopiani dell'entroterra.
Una presenza che semina morte e solo oggi emerge la portata del disastro: un incremento esponenziale negli ultimi due anni dei casi di leucemia: al momento quelli accertati sono poco meno di 20 di cui una decina già deceduti. A Villaputzu ma sopratutto a Quirra, frazione di 150 abitanti, proprio a ridosso del poligono a cui da il nome delle sue campagne.
Quasi tutte le vittime hanno in comune il fatto di aver lavorato all'interno del poligono di tiro per una ditta, la Vitrociset, che si occupa della manutenzione delle apparecchiature interne, o di aver lavorato o vissuto nelle campagne circostanti. Le persone colpite sono di tutte le età, compresi alcuni bambini.
Ma la lista non finisce qui: ci sono anche i ragazzi che hanno prestato il servizio militare nella base militare di Quirra-Perdasdefogu o a Teulada. Una dozzina quelli accertati.
All'inizio di questa vicenda, con i primi casi di morti sospette segnalati nel 2000, pareva che ad essere colpiti dal male fossero reduci dai Balcani e dalle altre guerre umanitari. Ma l'aumentare del numero dei ragazzi morti di leucemia o tumore, ha fatto emergere un dato comune anche a chi in zone di guerra non c'è mai stato: tutti avevano fatto il servizio militare nella base militare di Quirra-Perdasdefogu o a Teulada. L'ultima recente vittima: il venticinquenne Antonio Vargiu, che aveva prestato servizio di leva a Capo San Lorenzo.
Da tempo diverse persone, abitanti della zona, il comitato Gettiamo le basi, i medici di base di Villaputzu, cercano di far luce sulla questione, sono stati svolti seminari ed incontri per informare gli abitanti del paese, sono stati eseguiti diversi prelievi ed analisi del terreno: è stata rilevata la presenza di uranio impoverito e cesio 136 ma non si riesce ad andare oltre a questo.
Neanche il sindaco del paese, per quanto tenti le vie istituzionali, riesce ad ottenere risposte esaustive circa la natura e la gravità del problema. Anche se una sentenza del Tribunale di Venezia dice a chiare lettere che a Quirra si muore di uranio impoverito sin dal 1977.
PER NON DAIMENTICARE
Cara Mia Sardegna....
Un male raro? Non sembra affatto: due decine di morti per leucemia o sindrome di Hodgkin in pochi anni, e per giunta distribuiti in un'area nella quale sono presenti cinquemila abitanti. Un tasso di incidenza superiore alla media nazionale degli infarti. Accade al centro del Mediterraneo, accade oggi.
Il teatro di morte è il Sarrabus, sulla costa sud-orientale della Sardegna, a circa 80 km da Cagliari, poco più di duecento km più a sud della Costa Smeralda e di Olbia.
Proprio sul mare, a Capo San Lorenzo, nella zona del Salto di Quirra, lungo la Statale 125 che da Cagliari porta i camper dei vacanzieri sino ad Olbia, in un angolo splendido, amato dal turismo poco costoso e molto ambientalista, dove se si fa attenzione si possono osservare i fenicotteri rosa al tramonto. Scogliere dolci e una lunghissima spiaggia bianca e per chilometri e chilometri niente cemento, su cui non è possibile costruire alcunché e non certo per vincoli ambientali/paesaggistici, ma perché zona militare.Sorge qui infatti la più grande base NATO del Mediterraneo, il più vasto poligono sperimentale interforze d'Europa. Una presenza oscura che è lì da più di trent'anni, chiusa e inquietante con i suoi strani bersagli per le esercitazioni sparsi sul litorale o negli altopiani dell'entroterra.
Una presenza che semina morte e solo oggi emerge la portata del disastro: un incremento esponenziale negli ultimi due anni dei casi di leucemia: al momento quelli accertati sono poco meno di 20 di cui una decina già deceduti. A Villaputzu ma sopratutto a Quirra, frazione di 150 abitanti, proprio a ridosso del poligono a cui da il nome delle sue campagne.
Quasi tutte le vittime hanno in comune il fatto di aver lavorato all'interno del poligono di tiro per una ditta, la Vitrociset, che si occupa della manutenzione delle apparecchiature interne, o di aver lavorato o vissuto nelle campagne circostanti. Le persone colpite sono di tutte le età, compresi alcuni bambini.
Ma la lista non finisce qui: ci sono anche i ragazzi che hanno prestato il servizio militare nella base militare di Quirra-Perdasdefogu o a Teulada. Una dozzina quelli accertati.
All'inizio di questa vicenda, con i primi casi di morti sospette segnalati nel 2000, pareva che ad essere colpiti dal male fossero reduci dai Balcani e dalle altre guerre umanitari. Ma l'aumentare del numero dei ragazzi morti di leucemia o tumore, ha fatto emergere un dato comune anche a chi in zone di guerra non c'è mai stato: tutti avevano fatto il servizio militare nella base militare di Quirra-Perdasdefogu o a Teulada. L'ultima recente vittima: il venticinquenne Antonio Vargiu, che aveva prestato servizio di leva a Capo San Lorenzo.
Da tempo diverse persone, abitanti della zona, il comitato Gettiamo le basi, i medici di base di Villaputzu, cercano di far luce sulla questione, sono stati svolti seminari ed incontri per informare gli abitanti del paese, sono stati eseguiti diversi prelievi ed analisi del terreno: è stata rilevata la presenza di uranio impoverito e cesio 136 ma non si riesce ad andare oltre a questo.
Neanche il sindaco del paese, per quanto tenti le vie istituzionali, riesce ad ottenere risposte esaustive circa la natura e la gravità del problema. Anche se una sentenza del Tribunale di Venezia dice a chiare lettere che a Quirra si muore di uranio impoverito sin dal 1977.
PER NON DAIMENTICARE
Cara Mia Sardegna....
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