Oggi 70 militari facenti parte della Brigata Sassari partono per Herat in Afghanistan, in una missione che sicuramente si presentera', come gia' dimostrato precedentemante dalle vittime riportate, una difficile "missione di pace".
«Una volta a Herat - ha detto il colonello Scalas, che diventerà capo del distaccamento alla base sarda - i sassarini affiancheranno inizialmente i commilitoni della Folgore. A fine ottobre avverrà il passaggio del comando. La Brigata Sassari assumerà la guida delle operazioni militari e il generale Alessandro Veltri sarà nominato comandante delle forze italiane in Afghanistan».
I costi umani ed economici di questa guerra, la ricostruzione che non c'è, il crescente coinvolgimento delle truppe italiane
La guerra in Afghanistan, quella iniziata il 7 ottobre 2001, ha provocato la morte di 21 soldati italiani, 1.400 soldati alleati, 6 mila soldati e poliziotti afgani, circa 25 mila guerriglieri talebani e quasi 11 mila civili afgani (di cui oltre 3 mila vittima degli attacchi talebani e almeno 7 mila uccisi dalle truppe alleate - più di 3 mila civili morirono nei soli bombardamenti aerei del 2001-2002). In totale, quindi, almeno 43 mila vite umane sono state stroncate in otto anni di guerra.
La spedizione militare in Afghanistan è costata finora ai contribuenti italiani oltre due miliardi e mezzo di euro. All'inizio la missione aveva un costo annuo medio di circa 300 milioni di euro, ma oggi - con il progressivo invio di più uomini e mezzi - supera ampiamente il mezzo miliardo (il che significa quasi un milione e mezzo di euro al giorno).
Per la tanto propagandata ricostruzione dell'Afghanistan, l'Italia ha speso finora circa 40 milioni di euro.
Distruggere o ricostruire? Queste cifre, che su scala maggiore sono le stesse per gli Stati Uniti e gli altri alleati, sono il frutto della strategia adottata dalla Nato in Afghanistan, soprattutto negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 il capo del Pentagono, Robert Gates, dichiarò che in Afghanistan “la Nato deve spostare la sua attenzione dall’obiettivo primario della ricostruzione a quello di condurre una classica controinsurrezione”. E così è stato. Si è deciso che prima bisognava vincere la guerra e sconfiggere i talebani, e solo poi ricostruire il paese. “Come nella seconda guerra mondiale – spiegava recentemente nel dibattito di Firenze l’analista militare Gianandrea Gaiani – prima si sconfissero i nazisti, poi si ricostruì l’Europa con il piano Marshall”.
“Io non condivido questa sequenza, prima la sicurezza e poi ricostruzione”, gli aveva ribattuto il generale Fabio Mini, ex comandante delle truppe Nato in Kosovo. “Oggi la sicurezza in Afghanistan non è assicurata da nessuno, tanto meno dalle forze militari straniere. Controllare il territorio significa avere il consenso della gente. Noi non potremo mai avere sicurezza fino a quando non sarà garantita la sopravvivenza agli afgani. C’è bisogno di ricostruire l’Afghanistan, anzi, di lasciarlo costruire a chi ha le forze: ai civili. Lasciamo perdere i militari”.
I rischi per i soldati. Fino a tre anni fa le truppe italiane schierate in Afghanistan erano concentrate a Kabul, dove la situazione era ancora molto tranquilla, e non svolgevano azioni di combattimento - se si escludono le forze speciali della Task Force 45 impegnate nell'operazione segreta ‘Sarissa'.
Dall'estate del 2006, con spostamento del contingente stato nelle regioni più ‘calde' dell'ovest, sono iniziati i primi scontri con i guerriglieri talebani, ufficialmente solo ‘difensivi'. Dal gennaio 2009 le truppe italiane, mutate nella loro composizione (non più alpini e bersaglieri ma solo parà della Folgore), cresciute di numero (quasi 3 mila) e dotate di mezzi più aggressivi (carri armati ed elicotteri da combattimenti), hanno ufficialmente iniziato le azioni ‘offensive' penetrando in zone controllate dai talebani (Farah e Badghis). Da allora i soldati italiani sono quotidianamente impegnati in azioni di combattimento e in vere e proprie battaglie nelle quali hanno ucciso centinaia di guerriglieri.
Anche le truppe rimaste a presidiare Kabul, ormai accerchiata e infiltrata dai talebani, si sono trovate esposte a imboscate e attacchi, sia fuori che dentro la capitale.
Enrico Piovesana per PEACEREPORTER
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domenica 4 ottobre 2009
La Brigata Sassari a Herat
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sabato 19 settembre 2009
L'AMORE PER IL CEMENTO
Come precedentemente detto nel post anteriore riguardante l'Argentina vorrei attirare la vostra attenzione su come i nostri governi negli anni si organizzano per poter arrichire il proprio patrimonio sopratutto quello dei compagni ovvi di banchetto.
L'Italia non e' in crisi perche' non abbiamo risorse non abbiamo mezzi di sviluppo o idee, basti solo pensare alla nostra posizione geografica.
L'Italia e' tenuta nello stato di crisi perche' e' la situazione piu' comoda perche' chi ha interessi (mafia,costruttori,manager,banche,politici) possano lavorare in santa pace,proponendo qualsiasi cosa pensino sia buona per il popolo e l'economia. Ma la verita' e' che la maggiorparte se non tutte le iniziative che dovrebbero portare ad un miglioramento della qualita' della vita e del lavoro in Italia vengono fatte a scopo di lucro da personaggi che non hanno e avranno ancora scrupoli nel mentire sulle loro intenzioni,come appunto accaduto in Argentina.
Stanno prendendo in giro tutto quello che ogni singola famiglia singola madre singolo padre hanno costruito per noi dando il sangue e rimettendo la propria schiena.
Ignobili e avidi i momenti "migliori" arriveranno anche per voi...
In questo video,lascio a voi il resto dei commenti,e' solo un piccolo esempio di come distruggere avidamente il territorio cittadino e rurale con manovre da predatori,si continua a voler costruire costruire ma per chi? e per cosa?...e quali sono i prezzi che noi paghiamo per questo? Penso li conosciate gia avevo pubblicato un post a proposito di una puntata di report andata in onda su raitre(vedi post) percio' dilettatevi ora con la visione di un futuro radioso con odore di cemento. E il pensiero che ogni atto e' manipolato a vantaggio di pochi...sara' abbastanza?
giusto per aggiungere....
L'Italia non e' in crisi perche' non abbiamo risorse non abbiamo mezzi di sviluppo o idee, basti solo pensare alla nostra posizione geografica.
L'Italia e' tenuta nello stato di crisi perche' e' la situazione piu' comoda perche' chi ha interessi (mafia,costruttori,manager,banche,politici) possano lavorare in santa pace,proponendo qualsiasi cosa pensino sia buona per il popolo e l'economia. Ma la verita' e' che la maggiorparte se non tutte le iniziative che dovrebbero portare ad un miglioramento della qualita' della vita e del lavoro in Italia vengono fatte a scopo di lucro da personaggi che non hanno e avranno ancora scrupoli nel mentire sulle loro intenzioni,come appunto accaduto in Argentina.
Stanno prendendo in giro tutto quello che ogni singola famiglia singola madre singolo padre hanno costruito per noi dando il sangue e rimettendo la propria schiena.
Ignobili e avidi i momenti "migliori" arriveranno anche per voi...
In questo video,lascio a voi il resto dei commenti,e' solo un piccolo esempio di come distruggere avidamente il territorio cittadino e rurale con manovre da predatori,si continua a voler costruire costruire ma per chi? e per cosa?...e quali sono i prezzi che noi paghiamo per questo? Penso li conosciate gia avevo pubblicato un post a proposito di una puntata di report andata in onda su raitre(vedi post) percio' dilettatevi ora con la visione di un futuro radioso con odore di cemento. E il pensiero che ogni atto e' manipolato a vantaggio di pochi...sara' abbastanza?
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venerdì 18 settembre 2009
Il governo privatizza i nostri beni...L' ACQUA NON SI TOCCA
Il 09 Settembre 2009 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge con il quale (Art. 15) si sancisce un’ulteriore privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali.
Leggi il testo dell’Art. 15
Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica.
Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e, dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300% Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armatati e carabinieri per staccare i contatori.
La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita.
L´acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto.
L´acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre.
Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.
(Alrtro articolo da Ecoblog.it) ... La notizia è passata quasi inosservata, ma dal 5 agosto scorso l’Italia ha deciso che la sua acqua può essere privatizzata. La denuncia arriva da Padre Alex Zanotelli attraverso una lettera inviata a Beppe Grillo.
Per l’esattezza il provvedimento è contenuto nell’articolo 23 bis del decreto legge numero 113, comma 1, firmato dal ministro G. Tremonti dove si dà il via alle privatizzazioni dei servizi offerti dai diversi enti.
Ed ecco cosa recita il primo comma dell’art. 23 bis:
Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonche’ di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.
Quinto comma: "Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati"
L’approvazione è avvenuta con il consenso dell’opposizione e più precisamente del PD
Non dobbiamo arrivare ad avere morti per un diritto cosi naturale come l' acqua pubblica...questa gente ha lottato anche per noi!
Chi ha sbagliato deve prendersi le proprie respnsabilita' come al solito chi ci pena sono i cittadini che magari cercano anche di non sprecare i propri beni.
Acqua pubblica, carta canta
Leggendo la lettera scritta da rappresentanti del PD, mi è ritornata alla mente una puntata di REPORT di alcuni anni fa.
Ho ritrovato queste dichiarazioni:
EMILIO CAPOROSSI - Responsabile Area Reti Hera Ferrara
Attualmente i numeri sono intorno al 37% di perdite e derivano sostanzialmente dal fatto che molto spesso probabilmente si è pensato anche che intervenire su queste perdite non fosse economicamente conveniente visto che la risorsa acqua è una risorsa a basso costo.
ROBERTO PATERLINI -Direttore Divisione Reti e Ambiente Enia s.p.a.
Normalmente quando un acquedotto ha risorse sufficienti sia di qualità che di quantità la ricerca delle perdite non è così incentivata.
LINO ZANICHELLI - Assessore all’ambiente regione Emilia Romagna
Avendo in Italia l’acqua un valore relativo rispetto ad altri beni come il gas, l’energia in genere, noi abbiamo un forte consumo idrico e i gestori non hanno interesse a ridurre le perdite
Questa è pubblica informazione, che porta ad essere meno ingenui ed a considerare che le aziende private lavorano per il “lucro” anche quando trattano servizi pubblici: un poco più del 2% nelle mani del nostro comune è una goccia in mezzo al mare. In questi anni non ho mai sentito esternare colui che ci rappresentava nel consiglio di amministrazione di HERA, non poteva essendo in minoranza. Bella vero questa immagine! I cittadini in minoranza per bere! Tragica, come le immagini dei Paesi del terzo mondo.
Egregi Signori, se dovete ora giustificare la vostra impotenza, fatelo nel modo più consono alla situazione ammettendo con umiltà che qualche cosa vi è sfuggito, che non avevate previsto il seguito della cessione, che avevate fatto il conto senza l’oste. Ma voi non siete imprenditori, loro si. Loro non devono giustificare niente alla gente, voi invece sì, perché vi è stato dato un mandato: impegnarvi per il bene pubblico.
Edda Carafolli
Leggi il testo dell’Art. 15
Il Parlamento ha votato l'articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell'economia capitalistica.
Così il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l'acqua non sarà più un bene pubblico, ma una merce e, dunque, sarà gestita da multinazionali internazionali (le stesse che già possiedono le acque minerali). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l'acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300% Ai consumatori che protestano, Veolia manda le sue squadre di vigilantes armatati e carabinieri per staccare i contatori.
La privatizzazione dell'acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri. L'acqua è sacra in ogni paese, cultura e fede del mondo: l'uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita.
L´acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto.
L´acqua è l'oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre.
Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.
(Alrtro articolo da Ecoblog.it) ... La notizia è passata quasi inosservata, ma dal 5 agosto scorso l’Italia ha deciso che la sua acqua può essere privatizzata. La denuncia arriva da Padre Alex Zanotelli attraverso una lettera inviata a Beppe Grillo.
Per l’esattezza il provvedimento è contenuto nell’articolo 23 bis del decreto legge numero 113, comma 1, firmato dal ministro G. Tremonti dove si dà il via alle privatizzazioni dei servizi offerti dai diversi enti.
Ed ecco cosa recita il primo comma dell’art. 23 bis:
Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonche’ di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.
Quinto comma: "Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati"
L’approvazione è avvenuta con il consenso dell’opposizione e più precisamente del PD
Non dobbiamo arrivare ad avere morti per un diritto cosi naturale come l' acqua pubblica...questa gente ha lottato anche per noi!
Chi ha sbagliato deve prendersi le proprie respnsabilita' come al solito chi ci pena sono i cittadini che magari cercano anche di non sprecare i propri beni.
Acqua pubblica, carta canta
Leggendo la lettera scritta da rappresentanti del PD, mi è ritornata alla mente una puntata di REPORT di alcuni anni fa.
Ho ritrovato queste dichiarazioni:
EMILIO CAPOROSSI - Responsabile Area Reti Hera Ferrara
Attualmente i numeri sono intorno al 37% di perdite e derivano sostanzialmente dal fatto che molto spesso probabilmente si è pensato anche che intervenire su queste perdite non fosse economicamente conveniente visto che la risorsa acqua è una risorsa a basso costo.
ROBERTO PATERLINI -Direttore Divisione Reti e Ambiente Enia s.p.a.
Normalmente quando un acquedotto ha risorse sufficienti sia di qualità che di quantità la ricerca delle perdite non è così incentivata.
LINO ZANICHELLI - Assessore all’ambiente regione Emilia Romagna
Avendo in Italia l’acqua un valore relativo rispetto ad altri beni come il gas, l’energia in genere, noi abbiamo un forte consumo idrico e i gestori non hanno interesse a ridurre le perdite
Questa è pubblica informazione, che porta ad essere meno ingenui ed a considerare che le aziende private lavorano per il “lucro” anche quando trattano servizi pubblici: un poco più del 2% nelle mani del nostro comune è una goccia in mezzo al mare. In questi anni non ho mai sentito esternare colui che ci rappresentava nel consiglio di amministrazione di HERA, non poteva essendo in minoranza. Bella vero questa immagine! I cittadini in minoranza per bere! Tragica, come le immagini dei Paesi del terzo mondo.
Egregi Signori, se dovete ora giustificare la vostra impotenza, fatelo nel modo più consono alla situazione ammettendo con umiltà che qualche cosa vi è sfuggito, che non avevate previsto il seguito della cessione, che avevate fatto il conto senza l’oste. Ma voi non siete imprenditori, loro si. Loro non devono giustificare niente alla gente, voi invece sì, perché vi è stato dato un mandato: impegnarvi per il bene pubblico.
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giovedì 10 settembre 2009
IL MALE COMUNE da REPORT 31/05/09

La popolazione mondiale delle città ha superato di gran lunga quella delle campagne. Qualsiasi strategia economica, sociale, ambientale, energetica deve necessariamente passare dalla città. Cemento e asfalto continuano a divorare territorio, a volte legalmente a volte aggirando le leggi, altre volte ancora, le leggi si cambiano per sanare. Non ci sarebbe nulla di male se si mantenesse un equilibrio. Così però non è, almeno a giudicare da quello che è avvenuto negli ultimi anni. Da Nord a Sud la situazione è sempre la stessa: la città, anche se la popolazione non cresce o cresce di poco, si sviluppa mangiando terreni agricoli, che se producono agricoltura o sono semplicemente paesaggio valgono poco. Se invece si decide di costruirci sopra, valgono di più. E così all’improvviso la vita costa di più: case, affitti, cibo. Alla fine della partita è la destinazione del territorio che determina il valore della comunità che ci sta sopra. Cosa succede per esempio quando si rompe il rapporto tra quanto guadagniamo in stipendio o pensioni e il valore della casa dove viviamo? Cioè quando il valore immobiliare supera quello della comunità? E il “bene comune” che fine ha fatto? Report è andata a vedere anche come si comportano in Francia e in Germania.
Michele Buono,Piero Riccardi
clicca qui per vedere la puntata
Secondo l'ISTAT:
In Italia, nel 2008, le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate in 2 milioni 737 mila e rappresentano l’11,3% delle famiglie residenti. Nel complesso sono 8 milioni 78 mila gli individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione.
La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone relativamente povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi.
Nel 2008, in Italia, 1.126 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta per un totale di 2 milioni e 893 mila individui, il 4,9% dell’intera popolazione.
La stima dell’incidenza della povertà assoluta viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
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